La ricostruzione della politica

La ricostruzione della politica

Milano, ottobre ’15

La ricostruzione della politica

di Aldo Brandirali (articolo apparso su “Atlantide” il periodico della Fondazione per la Sussidiarietà – http://atlantide.ilsussidiario.net/2015/la-ricostruzione-della-politica/165)

Una premessa, la democrazia non è un contesto fisso della politica, è invece evidente che la essa è sempre in movimento, cambiamento, evoluzione.

Oggi, nei grandi Paesi con forte capitalizzazione, il problema è quello di avere forme di governo che non rendano problematico il calcolo degli investimenti sul lungo periodo. Gli USA hanno una competizione bipolare che rimane dentro i controllo dei grandi gruppi economici. La Cina trova eccellente la fusione di economia di mercato e dittatura del partito unico. Sino al mondo arabo, dove la rivoluzione democratica, nella mancanza di distinzione fra fede e politica, ha il suo punto di stabilità nel primato dello Stato.

In Italia la crisi della politica è stata provocata dal modo sbagliato di ottenere la stabilità dei governi, si è introdotto un bipolarismo immaturo e un verticismo nella selezione della classe dirigente. Per questo non è solo crisi di partecipazione ma è anche crisi delle regole che fissano la competizione democratica. Le due aree sono ricattate dalle spinte estremistiche e prevale un moralismo che ha cancellato la scelta dal basso dei candidati alle elezioni.

Io mi trovo in una situazione particolare: sono stato escluso dai ruoli elettivi, in quanto troppo libero nell’esercizio del mio mandato, cosa non accettata dal prevalere di schieramenti aprioristici. Ma continuo a fare politica, sono grato per questa espulsione che mi ha messo nelle condizioni di essere credibile nel proporre la ricostruzione della politica. Ho una storia di cammino che si è scontrata con le teorie che pretendono di spiegare la vita sociale e comunitaria. Si tratta di élite culturali che si considerano depositarie della cultura e dei valori che devono informare la vita pubblica. È un prodotto dell’illuminismo e del conseguente Stato etico, da cui sono venute le grandi ideologie del Novecento. Ho vissuto questo problema nel ’68, la ribellione nelle università verso i baroni delle cattedre, la ribellione generazionale verso gli educatori della coerenza, la crisi delle famiglie che si erano motivate nel borghesismo. Nel ’68 ho vissuto la verifica dell’esperienza e in tal modo ho superato tante teorie che configgevano con la realtà. Il titolo del settimanale che il mio movimento di estrema sinistra ha fatto per sette anni era Servire il popolo, e con questo volevamo proprio uscire dalla pretesa della avanguardie. Poi il terrorismo ci tolse lo spazio per superare i nostri errori e cambiare.

Anche la mia storia credo serva a rendermi utile nella ricostruzione della politica. Inizio fissando della questioni preliminari.

La mia prima narrazione è testimonianza del fatto cristiano, perché è ciò che mi ha restituito la pienezza umana e ideale che si misura in modo conseguente con la vita pubblica.

Poi vado in controtendenza, in questo diffuso contrasto popolare verso la politica, dicendo che tutti fanno politica, perché tutti nel loro agire umano sono in relazione con gli altri e caratterizzano la vita pubblica.

Proseguo affermando che la politica non deve essere praticata come luogo della propria identità. Lo dico in particolare a chi non ha fede, perché è quasi inevitabile che collochi la propria scelta politica come espressione di una idealità, mentre invece la politica è occuparsi del possibile, pur tenendo conto della propria fede, cultura, idealità. Facciamo in modo che le fonti culturali operino liberamente senza schierarsi nella politica.

Il primo fattore di crisi del rapporto fra eletti ed elettori è il verticismo, la logica con cui, nel trascorso ventennio, si è operata la selezione dall’alto della classe dirigente da parte delle segreterie di partito. Il contenuto vero di questa impostazione verticistica è che l’idea di bene comune sfugge alla sua vera dimensione, la politica è distaccata dal popolo e il potere politico aumenta la sua pretesa di essere il luogo del bene comune, ovvero il luogo che fa l’economia, il lavoro, l’educazione.

Bisogna allora dire che il bene comune è nella vita del popolo, tutto accade prima della politica: fare insieme, sostenere la famiglia, costruire il lavoro, praticare la libertà di educazione, il motore della vita pubblica è esistente prima della politica. Per questo in politica si deve avere lo spirito di servizio. Che vuol dire: riconoscere le dinamiche che si esprimono nella vita del popolo, agire con servizi adeguati per rendere più efficace il lavoro umano, sostenere le esperienze migliori al fine di far valere l’esempio. Questa visione della realtà motiva la tensione ideale che si impegna nella politica, è una concezione del mondo ben espressa dall’espressione “servire il popolo”.

Ma il vuoto di relazione esistente oggi fra elettori ed eletti ci deve impegnare nell’agire dal basso. Cosa vuol dire? Bisogna dare significato alla parola popolo: non il numero o la massa, ma l’originaria spinta al fare insieme, all’essere responsabili, liberi, creativi.

Nel dicembre del 1975, ho deciso di sciogliere il mio movimento a causa delle tendenze violente, ma ancora di più a causa del fatto che il nostro servire il popolo non trovava più il senso della parola “popolo”. Avevamo ancora la sola fonte delle idee della lotta di classe, per cui pensavamo che popolo fosse una estensione umana del proletariato. Ma l’esperienza ci aveva dimostrato che la lotta di classe è un intellettualismo applicato alla vita sociale.

La mia ricerca umana mi ha condotto alla conversione al cattolicesimo e, finalmente, ormai nel 1990, a scoprire il popolo cristiano, comprendendo dunque che la parola “popolo” contiene una soggettività, una dimensione educativa, e che l’intelligenza di popolo è in continuo travaglio verso il potere, che ha la pro- pensione a disaggregare il connettivo di popolo. Non a caso il potere si occupa di relativizzare ogni struttura della tradizione morale del popolo. Lo fa in nome del suo primato all’educare, ma è questo l’inizio della cattiva politica. La politica come servizio rispetta la libertà delle persone.

Ora posso dire a chiunque sia in amicizia e viva un fare assieme che questo fatto comunitario è l’inizio del fare politica dal basso. In conclusione abbiamo bisogno dell’amicizia che ci aiuta a giudicare le circostanze e a viverle da uomini liberi, controtendenza verso i manipolatori dell’opinione pubblica. L’intensa vita della parte più consapevole del nostro popolo ha la sua fonte nell’esperienza, per questo io sostengo che esiste un “movimento reale che cambia lo stato di cose esistenti”. Questa è una definizione che Carlo Marx ha dato alla sua idea di comunismo, che io recupero togliendo la pretesa della scienza della lotta di classe, ma rimanendo nel materialismo dell’esperienza di vita, perché è vero che la realtà è l’occasione per incontrare il fattore che cambia l’uomo e la storia.

Entrando nel lavoro della ricostruzione della politica si deve prendere atto che i partiti non sono più quei luoghi di vita democratica fatta di sezioni di base e assemblee per il dibattito interno. Ovvero non ci sono più i partiti di massa. A questo il PD ha tentato di sopperire con le primarie, che sono però una democrazia pilotata dall’alto, con il cittadino chiamato solo per una sua opinione maturata senza confronto. La situa- zione non è migliore a destra, laddove si dovrebbe ragionare sulla libertà individuale; se il partito è solo il luogo compositivo della classe dirigente, si dovrebbe pensare che le palestre di libertà sono le presenze associative. Ma in Italia non sono neppure rese ufficiali le attività lobbistiche, per ora il confronto con i soggetti sociali si vede solo negli USA con il sistema dei congressi popolari.

Per tutti vale ancora oggi l’intervento di don Giussani al congresso della DC del 1987 ad Assago, dove disse che la democrazia è la vitalità comunitaria e dei movimenti.

Ma oggi la concezione del mondo, sia dei cattolici, sia dell’umanesimo laico, ha raggiunto il bisogno di superare il dualismo delle persone impegnate in politica, dualismo ovvero esperienza di popolo e nel contempo logica del potere, positività ultima del reale e cinismo dei rapporti di forza. Questo dualismo fa prevalere una visione negativa, pessimistica. La questione è il carattere cieco della reattività, che lo spirito critico rintraccia come negazione dialettica della posizione diversa dalla propria. Invece l’esperienza è il punto di partenza della conoscenza della vita sociale, vivere intensamente il reale è il modo per far rinnovare in noi le domande essenziali sull’esistenza e sul costruttore della storia, domande che si formano nell’incontrare la presenza generativa dell’azione umana, da questo incontro si cambiano anche le proprie opinioni, si diviene persone nuove, fatte nuove, che entrano anche nella vita pubblica con un modo diverso di concepire la lotta, con la testimonianza e la valorizzazione dell’altro.

Di questo tipo di politici abbiamo bisogno.

Siamo di fronte a grandi processi di cambiamento delle condizioni umane e sociali. Il trasferimento delle attività produttive in aree di quello una volta chiamato “terzo mondo”, implica una competizione nel mercato mondiale che chiede qualità e originalità dell’offerta. I grandi flussi migratori provocati da una diffusa situazione di guerra che scaccia milioni di persone dalle loro case, richiede a tutti una grande capacità di accoglienza e di integrazione. Queste sono sfide del nostro tempo che la politica non ha avuto ancora la capacità di affrontare. Il prevalere delle ragioni dell’alta finanza distrae dalla comprensione delle forze dinamiche della produzione. Il diffuso pensiero relativista distrae i governi dalla piena libertà di educazione. Mentre l’estremismo islamico professato dai giovani figli di immigrati ci dimostra che la pretesa dell’educazione di Stato fallisce davanti alle domande esistenziali serie. Per questo io sono appassionatamente attento alla grande positività che i manifesta nella vita di popolo, nelle comunità e nei movimenti. Sostenere le imprese che sono portatrici del vero sviluppo e sostenere le agenzie educative che sanno accogliere interamente le domande delle persone, questo è prioritario nella ricostruzione della politica.

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